Solaris – Stanisław Lem

L’essere umano riesce ad afferrare solo poche cose alla volta: vede solo quello che gli succede davanti qui e adesso, mentre la rappresentazione di un insieme di processi simultanei, sia pure tra loro collegati e complementari, supera le nostre possibilità. E questo anche nei confronti dei fenomeni relativamente semplici. La sorte di un singolo uomo può significare molto, quella di qualche centinaio di uomini era già difficile da afferrare, mentre quella di mille o di un milione non ha sostanzialmente alcun significato. Il simmetriade rappresentava appunto quel milione, anzi quel miliardo esponenziale: era per definizione “l’inimmaginabile”.

La fantascienza ha spesso immaginato il contatto con l’altro come conquista, dialogo o conflitto. Solaris, invece, smonta questa prospettiva. Non c’è comunicazione, né alleanza, né guerra: c’è solo un enigma, e un’umanità che si riflette in esso senza riconoscersi. Con questo romanzo, Stanisław Lem sposta l’asse del genere dal cosmo esterno alla psiche. Lo spazio, qui, non è una mappa da tracciare. È un enigma che ci guarda. E ci replica.

Il romanzo racconta la missione del dottor Kris Kelvin su una stazione orbitante attorno al pianeta Solaris. Gli scienziati lì presenti studiano da anni l’oceano vivente che ricopre l’intera superficie del pianeta, una forma di vita forse senziente. Ma non è la risposta il centro del romanzo. È l’impossibilità stessa di ottenerla.

Solaris non parla di alieni. Parla del limite. Il limite della scienza, del linguaggio, della coscienza. Ogni tentativo umano di comprendere l’altro finisce per restituire solo ciò che già conosciamo: traumi, rimpianti, desideri repressi. L’oceano non comunica, ma reagisce. E reagendo, materializza dal nulla figure del passato, “ospiti” che costringono gli astronauti a fare i conti con il proprio inconscio.

Lem scrive con una lucidità che scava in profondità, senza mai rinunciare alla complessità dell’esperienza umana. Ogni descrizione, ogni riflessione teorica, è attraversata da una tensione autentica, che unisce pensiero e angoscia. Solaris è un romanzo che interroga i limiti della conoscenza e del linguaggio, ma lo fa calandosi nelle pieghe più intime dell’esistenza, dove il dolore non si lascia analizzare e la coscienza vacilla.

La memoria, in Lem, non si limita a ricordare: agisce. Ritorna sotto forma di presenza, di corpo, di alterità impossibile da decifrare. Gli “ospiti” generati dall’oceano non sono semplici manifestazioni psicologiche, ma materializzazioni di ciò che si è voluto dimenticare, di ciò che non può essere elaborato. E nel confronto con queste presenze, ogni certezza vacilla: identità, razionalità, persino la nozione di realtà.

Non c’è avventura in Solaris, né progresso, né conquista. C’è solo un’umanità isolata, prigioniera della propria mente, che invoca un contatto e, al tempo stesso, lo teme. Il vero enigma non è l’oceano. È la nostra ostinazione a voler tradurre l’intraducibile, a proiettare schemi umani su ciò che umano non è mai stato.

Solaris ci lascia con una domanda: cosa vuol dire, davvero, capire?

Diego Salvagio

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